La Mappa dell’Umanista e l’Alchimia dell’Acrilico – Si vedono guru lanciarsi dalle vette delle montagne, agitando campane per attirare l’Invisibile a manifestarsi, per poi scivolare nel silenzio di una caduta verticale che trasforma la vita. Quel volo, che avrebbe dovuto abitare solo nell’immaginario sacro e nei simboli segreti della foresta interiore, viene sacrificato sull’altare dell’ego. Quando la ricerca interiore si fa esibizione o ostentazione, la vela si squarcia e la fede rischia di perdersi nelle correnti più buie. Ma le Mani Celesti, che soccorrono ogni intenzione sincera, sanno raccogliere anche chi cade per scomposto desiderio di infinito. Il vero volo si compie stando fermi, sintonizzandosi su un antico tracciato sumero che scorre sotterraneo attraverso i secoli e unisce le sponde dell’esperienza umana oltre i confini del tempo e dello spazio terreno. Questa corrente non si impara sui libri accademici, né si rinviene tra gli incartamenti comuni della storia ufficiale. La bussola interiore è il sentire, la memoria pura dell’infanzia, quella di un bambino che, guidato solo dagli odori e dai suoni della campagna, ritrova un primo gradino di pietra dimenticato tra i cespugli, lo segue fino a una grotta nascosta e lì si ritrova in un luogo sacro. In quel silenzio, trasformando le sensazioni in immagini e parole, si impara a decifrare il codice profondo del Padre Nostro e dell’Ave Maria: non come formule dogmatiche, ma come mappe nautiche essenziali per comprendere le reazioni dovute alle azioni e proteggere la propria barca dalle tempeste del mondo. Attraverso questo sentire universale, si svela un viaggio nel tempo e nello spazio, una straordinaria risonanza storica che attraversa cinque secoli. Il Guardiano del Passato: nel cuore del Cinquecento, la stessa frequenza muoverà i passi di Claudio Mario Arezzo, insigne umanista siracusano, barone della Targia, e nominato Regio Storiografo dell’Imperatore Carlo V. Egli si trovò a navigare tra le acque torbide di un’epoca lacerata dal terremoto spirituale e politico della Riforma Protestante, nata sotto il pontificato di Papa Leone X, e culminata pochi anni dopo nel trauma devastante del Sacco di Roma del 1527 sotto Papa Clemente VII. Di fronte allo “spettacolo atroce” di una spiritualità travisata e usata come arma politica e propaganda violenta, le cui derive avrebbero presto aperto la strada ai primi, feroci bagliori dell’Inquisizione, Claudio Mario si trovò scosso in una profonda crisi interiore. Sebbene l’Imperatore Carlo V circondasse la sua corte di intellettuali aperti e tolleranti, capaci di mediare con le istanze di Lutero in chiave anticuriale, la pressione dell’ortodossia divenne asfissiante. Di fronte a una Chiesa di Roma arroccata sui propri dogmi di potere, che si poneva in piena opposizione alla purezza del Messaggio Cristico, lo Storiografo scelse di non piegare la sua penna alla falsificazione. Nel 1532 abbandonò le stanze imperiali per ritirarsi a vita privata a Messina. Lì, nel silenzio, iniziò la stesura del suo De situ insulae Siciliae, mappando la Terra Natale non come un semplice catalogo geografico, ma come una terra promessa, culla di una civiltà mitologica, difendendone la dignità e la lingua natia contro l’oscurantismo dei potenti. Il Custode del Presente: oggi in quella medesima nota si riattiva nell’atto creativo contemporaneo, là dove ci si spoglia di ogni titolo riflesso o pretesa di vivere di rendita dinastica per farsi puro strumento terreno, profondamente radicato nella materia dello spirito. In questa visione, la pittura non serve a clientelare o celebrare chi stringe il pennello, ma a trasformare la fatica, la carne e la polvere della quotidianità in un’antenna ricettiva. Nutrendosi esclusivamente della farina del proprio sacco e ricercando nella spiritualità una scala per risollevare la propria prima intuizione verso una dimensione più consona, il gesto pittorico accetta la responsabilità di un mandato ancestrale: innalzare la frequenza collettiva. La pittura diventa il punto di convergenza in cui i confini fisici dell’isola, che videro la luce alle stampe nel 1537, si trasmutano in astrazione cosmica, plasmando la materia concreta del mondo per risvegliare la sensibilità di chi ascolta e offrire un cuore predisposto alla salvaguardia dei più fragili. La vera eredità non è un blasone da esibire, ma una staffetta di frequenze. È il legame invisibile che unisce il rigore morale all’atto creativo che traduce quel medesimo sentire in immagini, colori e parole senza cercare luci riflesse. Cercano il ponte invisibile che riconduce al vibrare originario, dove l’azione si fonde nell’amore verso il prossimo, custodendo quel Filo d’Oro che nessuna Inquisizione potrà mai spezzare. Per rendere tangibile questo ponte temporale senza scivolare in ridondanze intellettuali, la ricerca visiva si traduce fisicamente attraverso tre alchimie materiche, dove ogni stratificazione fonde la parola scritta del passato con il fare del presente. La prima alchimia unisce l’intuizione dello storiografo sulla Sicilia come «culla primordiale del mito, dove la luce incontra la memoria della terra» all’intento odierno di «innalzare la frequenza collettiva, trasformando la polvere del quotidiano in un’antenna ricettiva». Visivamente, la base viene strutturata impastando il colore con materia di vita, colori di memoria. Questo fondo trattiene la materia terrena, sopra questa base velature fluide e trasparenti stese con grandi e impetuose pennellate marine. La luce sembra così emergere direttamente dalle fessure, rendendo visibile la spiritualizzazione della terra. La seconda alchimia fa dialogare il distacco storico del 1532, «Abbandono le corti e il rumore delle fazioni per l’onestà intellettuale nel silenzio di Messina», con il rifiuto per i percorsi ordinari: «Rifiuto i libri comuni e i titoli riflessi; cerca la scala nella spiritualità per risollevare l’anima». Si realizza una stesura a ampie campiture, evocando l’oppressione delle epoche di censura e il trauma dei conflitti. Prima dell’asciugatura, la tecnica del graffito incide la materia per tracciare linee fluide che richiamano i gradini di pietra scoperti nell’infanzia. Queste profonde ricerche lasciano emergere uno strato sottostante, simboleggiando la scala interiore che si rivela solo attraverso il silenzio. La terza alchimia aggancia l’azione del fare («Ispirato dal Padre Nostro e dall’Ave Maria, trasformare gli odori, i suoni e il sentire dell’infanzia in segni stabili per proteggere l’animo dei più fragili») al principio cardine che l’umanista incarnò anticipando la celebre massima secondo cui la geografia è l’occhio della storia: «mappare i confini significa difendere l’anima di un popolo». Colate controllate di materia vibrante evocano le correnti marine dello Stretto; linee geometriche e vettori ricordano le antiche rotte delle mappe rinascimentali. Questi segni netti non racchiudono lo spazio, ma lo ordinano, offrendo all’occhio che osserva un punto di ancoraggio sicuro e un senso di sacra protezione. Questo cammino si spoglia per farsi interamente canale, permettendo al lettore e all’osservatore di varcare le sponde del tempo e riconoscersi nella continuità di una sola, ininterrotta frequenza / Il mestolo è l’archetipo della coppa che raccoglie, del canale che attinge e della mano che dispensa. (Cortile delle Nevi)
Precisazioni storiche e spirituali sull’identità di Sant’Agata
Desidero esprimere una formale riflessione che va oltre i dogmi istituzionali, rimettendo al centro la verità storica e la purezza della fede. La Chiesa contemporanea ha scelto la croce come suo simbolo principale. Tuttavia, la storia e l’archeologia ci ricordano che le prime comunità devote a Gesù non si identificavano affatto in quel segno, che all’epoca era solo un tragico strumento di tortura imperiale. I credenti delle origini parlavano un linguaggio visivo del tutto diverso: si riconoscevano nel segno segreto dell’Ichthys, il pesce che evoca il Cristo Salvatore; si affidavano alla stabilità dell’Àncora e si rifugiavano nell’abbraccio del Buon Pastore. Ma, sopra ogni cosa, la vera identità della comunità a cui apparteneva la nostra Patrona si fondava su un simbolo vivente: il soccorso concreto ai più bisognosi. In questo contesto, definire Sant’Agata “figlia della Chiesa” è un grave errore concettuale. Agata è, prima di tutto, figlia del Cristo. La sua non è un’appartenenza ereditata da una struttura o da un’istituzione terrena. Agata appartiene a Cristo dal suo primo respiro: anche se fosse nata su una stella isolata, lontana da ogni civiltà, la sua anima sarebbe stata comunque e solennemente legata a Lui. Non è la Santa a dover essere incasellata nelle dinamiche della Chiesa di oggi; al contrario, è la Chiesa contemporanea che avverte il profondo desiderio di rivestirsi di Cristo, e trova in Agata la testimonianza purissima di come farlo. La sua figura non può essere ridotta a un semplice possesso istituzionale: Agata parla di un legame spirituale assoluto, libero e diretto, che viene prima di qualsiasi struttura istituzionale. (Racconto di una Santa Famiglia Patrizia in Sicilia) / Il Battista 35/45 Cm. (2004)
Verde Urbano e Collettività
Basterebbe che ogni piazza venisse affidata ad una associazione e la stessa potrebbe provvedere a prendersene cura anche attraverso donazioni. Ma il vero punto é: Non bisogna dare spazio a nuove idee, bisogna fare centro sui singoli di appartenenze, per proseguire e accumulare ricchezza privata a discapito del cittadino – Come nelle chiese hanno svuotato le Acquasantiere, nei palazzi hanno sottratto il Sacro dal giuramento. (Catania Metropoli del Melograno) / Mi ricorda molto lo sguardo di mio nonno, onesto e scrupoloso aveva una storia fatta di dolori e conquiste, pane di casa, grani antichi, odori di un tempo che sembra svanito. (Borsellino 19 Luglio 1992) \ A Stefano Mancuso Modica Terra di Pace: Giovanni ti prego omaggiare questo galantuomo di un albero di Carrubo, lui conosce e studia e cerca comunicare l’importanza dell’intelligenza vegetale, è una mente illuminata e illuminante che merita il dovuto ascolto e ogni parola dovrebbe essere meditata dall’intera collettività nella speranza che come Edera possa diffondersi nel meraviglioso giardino del mondo umano. (Sagrato Madonna delle Grazie)
L’arte entra al Salone
Antico Oratorio di San Filippo Neri – Via Teatro Greco 32, Catania / 17 e 18 Ottobre 2026 \ Il Salone Italiano del Self Publishing nasce per dare spazio alla libertà creativa, alle voci indipendenti e a chi sceglie di costruire il proprio percorso fuori dalle strade già tracciate. Per questo siamo felici di annunciare tra i nostri ospiti Claudio Arezzo di Trifiletti, pittore e operatore di luce, che porterà al Salone le sue opere e il suo universo artistico. Un’arte istintiva e profondamente legata alla Sicilia, capace di trasformare emozioni, materia e vissuto in un linguaggio immediatamente riconoscibile. Dall’Etna al cuore dell’umanità, la sua ricerca attraversa l’Arte Involontaria e il progetto internazionale Imprints of Peace, nel quale il segno pittorico diventa incontro, impronta e linguaggio universale. Durante le due giornate del Salone, le sue opere dialogheranno con i libri, gli autori e il pubblico, perché la libertà di creare non appartiene a una sola forma d’arte. (Ingresso gratuito)
Poetica Rupestre
Quando un mondo sembra essere capovolto bisogna ricordarsi, che nonostante l’essere imprudente tenta distogliere l’attenzione dal reale per confondere la visuale, basta osservare ogni elemento come vivo e pregno di memoria, e come nella parola si possono trovare infinite funzioni negando il rifiuto. Non si tratta di sfruttamento ma di rimpiego, il rispetto che merita la dignità anche di una patata, il sentimento di un vassoio reso al sole, delle tegole rotte ma che potranno ritornare utili. (Uso e Riuso)
Memoria
Aveva raggiunto una dimensione dove la bellezza era sentiero, gli raccontarono che quando era davvero piccino, urlava di continuo, ancora non conosceva la parola e i suoi occhi scorgevano quello che si celava nell’invisibile, come delle presenze che affollavano l’ambiente protetto. Volti spaventosi gli si avvicinavano e nessuno comprendeva quanto lui, che la sua vita sarebbe stata una vita ai confini, quasi separata da quel mondo che professava conoscenza, che si cullava nell’apparenza. (San Giovanni Li Cuti)
Dal Cortile delle Nevi, Canto per le Radici Sfrattate Nel Giardino dentro il giardino
Passiamo avanti, oltre quel sipario istituzionale e oltre ogni effimera cronaca terrena, per respirare finalmente insieme ai passeri, ai gabbiani, ai mici, agli anziani e ai bambini provvisoriamente sfrattati da un’urtante ipocrisia. Resto profondamente addolorato davanti a questa inconsapevolezza diffusa; eppure so che non vi sono colpe di intenzionale indecenza, quanto piuttosto una profonda e strutturale incapacità di comprendere la resilienza di un popolo che, devoto alla sua Santa Patrona e Martire, sta adoperando fin troppa pazienza. Ci si ritrova, oggi, a subire i passi di una marcia sterile fatta di parole senza senso, una sistematica mortificazione di una popolazione intera. È il pieno compimento di un declino, la triste realizzazione di una Catania che sembra non essere più Catania, ma il giocattolo fragile di un pensiero mai cresciuto. Fa profondamente male vedere e sentire ancora una comunità ostaggio di dinamiche speculative che andrebbero chiarite persino con procedimenti clinici. Spero ancora che, dopo la colata di cemento dentro il fossato storico del Castello Ursino, possa manifestarsi un risveglio da questo sonno artificiale, prendendo piena consapevolezza delle reazioni che legittimamente potrebbero scaturire da un simile agire distruttivo. L’attuale gestione degli spazi della Villa Bellini ne è la conferma più dolorosa. Trasformare il giardino pubblico per eccellenza in un’area a ingressi privatizzati significa sottrarre ai cittadini il proprio cuore verde, gravando ulteriormente su una città già ampiamente tartassata. Ma il fatto è ben più grave. Esso consiste nell’omologazione forzata di una generazione priva di coscienza, dove la cultura dell’uso e getta si pone in totale e violenta contrapposizione con le fonti attuate nell’edificazione societaria, storicamente custodite nel viale degli uomini illustri. Purtroppo, questa ostentazione nel portare a termine un disegno così infausto e ipocrita, in periodi di enorme fragilità umanitaria, nasconde trame silenziose che riconducono all’occulto. Bisognerebbe riflettere seriamente se i ragazzi, oggi resi complici invisibili, siano davvero consapevoli del reale disastro ambientale e naturalistico che viene nebulizzato attraverso la loro stessa adesione. La villa è della Natura. Appartiene alle nidificazioni, agli stormi di passaggio, al silenzio, alle radici degli alberi che si abbracciano nel sottosuolo e a tanto altro che è persino inutile menzionare, perché da tempo, ormai, la parola ha perso contenuto. Eppure, ci si è spinti fino a recidere la storica Sequoia, l’albero ben più antico del Ficus, piantato storicamente da Nelson, lasciando il mio cuore assai affranto. Per me la villa non è solo un parco: è stata casa, è stata culla. Fa male constatare come dal Piazzale delle Carrozze, un’area che custodisce nel sottosuolo un vincolo profondo quanto le fondamenta di un palazzo, si espanda oggi un inquinamento acustico brutale. Quel suono amplificato si canalizza lungo l’asse di Via Umberto, propagandosi fino a connettersi al Viale Africa e al mare, azzerando da anni ogni possibilità di nidificazione e spezzando la pace dei micro-mondi invisibili. Questa città, che storicamente è stata culla di scienza e di geometrie illuminanti, è oggi testimone di un tale livello di abbrutimento sociale e civico da far pensare che persino il mondo animale potrebbe impartire lezioni di bon ton. È un dato di ipocrisia ormai accertato in questi tempi di forte discernimento, dove le maschere hanno finalmente ceduto al vento. Ci ritroviamo così con una società interamente rivestita di perbenismo esteriore, ma che nell’essenza deturpa la coscienza dei più innocenti. Anziani, bambini e turisti osservano sbigottiti. È una pura questione di umanità, la stessa che si cerca di simulare con un fare placido dalle poltrone del potere, mentre flussi invisibili di denari scorrono verso casse prescelte. Nel frattempo, la Comunità resta affamata: affamata di una Catania autentica, inghiottita in un barlume di vanità. Eppure, contro questo vuoto che avanza, nel mio vivere, tutto si traduce e resiste Nel Giardino dentro il giardino. Un’idea necessaria che deve imporsi alla comunità come un faro di rigenerazione e un ritorno all’essenza sacra della terra. Affinché queste parole possano ora planare alte come poesia pura, baciando le alte chiome degli alberi che non ospitano più nidi, ma che sentono le amplificazioni di Ciao Catania, vibrare dolorosamente fino alle radici profonde della Signora Etna. Sento di essere un cittadino che ha sempre cercato di dare e fare il massimo per la propria terra, amandola profondamente e senza alcun distintivo e con immensa gratitudine nonostante tutto. (1mqdb)

Un ponte fatto di relazioni
Piazza del Popolo Roma – Ci sono momenti in cui l’architettura ordinaria del nostro quotidiano rivela una profonda fragilità intellettuale ed estetica, spingendoci a cercare risposte fuori dalle geometrie consolidate dell’individualismo consumistico. Immaginando di muoverci nel flusso caotico di una piazza cittadina, immersi nel rumore bianco del traffico e circondati da mura invisibili di indifferenza urbana, scopriamo all’improvviso che la vera stabilità non risiede nella rigidità del cemento o dell’acciaio, ma in una struttura del tutto intangibile, asimmetrica e meravigliosamente controcorrente. Questo approccio teorico postula l’esistenza di un’infrastruttura globale definibile come un ponte fatto di relazioni, relazioni nel mondo, un viadotto dell’anima che sfida le leggi della gravità socio-economica per obbedire a una dinamica quantistica e spirituale dell’essere. In questa visione, l’altruismo e l’azione diretta per il bene comune cessano di essere semplici doveri morali per trasformarsi in veri e propri pilastri statici, ovvero materiali flessibili capaci di assorbire le scosse dell’alienazione contemporanea; l’intera impalcatura del vivere civile, infatti, sta in piedi solo se proiettata e tesa verso l’esterno attraverso un’autentica ingegneria dell’invisibile. Qui l’arte non agisce più come mero feticcio merceologico o decorazione superficiale, ma come un portale transdimensionale di connessione in cui lo spazio fisico si rivela un’illusione; ogni singola espressione visiva o segnica sul territorio si sintonizza istantaneamente sulla frequenza universale del pianeta, captando il respiro del vento, la vibrazione profonda della materia e la memoria nascosta degli oggetti. Questo fulcro di architettura relazionale trova la sua massima espressione concettuale nella metafora di una grande tela itinerante distesa sull’asfalto delle metropoli del globo, da New York a Berlino, fino a Parigi e Londra, dove i passi e le impronte di migliaia di passanti anonimi e distanti si sovrappongono e si fondono, offrendo la prova visiva, estetica e scientifica di una fondamentale uguaglianza biologica ed esistenziale che ci vede tutti ugualmente responsabili dello stesso suolo e uniti da un identico, radicale bisogno d’amore. Abbracciare una simile visione significa accettare lo sforzo attivo e costante di scardinare le catene dell’approssimazione ordinaria per aprirsi a spazi di vita, a culture e a conoscenze che un momento prima apparivano totalmente inaccessibili, trasformando l’incontro fortuito, la parola scambiata senza fronzoli e il superamento del pregiudizio in canali comunicativi ad altissima conducibilità emotiva. In un pianeta che si ostina a edificare barriere protettive ed egoismi sistemici, l’unica salvezza risiede quindi nel diventare progettisti del bizzarro e ingegneri dell’empatia, capaci di gettare funi verso l’ignoto e di riconoscere la sponda dell’altro non come una minaccia, ma come un’opportunità di rigenerazione collettiva; questo flusso di pensiero ci invita a smettere di guardare le pareti dei nostri isolamenti quotidiani per cercare le fessure, le sintonie improvvise e le connessioni nascoste, applicando questa bislacca ma solidissima architettura relazionale per mettere in modo definitivo e consapevole un po’ di colore sul giorno che verrà. (Imprints of Peace)
Lacrime del Cuore
Bisognerebbe parlare di Anima Collettiva, il tempo ha velocizzato il passo, o forse l’uomo si è illuso di velocizzare il tempo, il quesito è: Chi l’uomo oggi crede essere? Inutile parlare di coloro che il sistema ha desiderato volerci rappresentare, ma il dramma oggettivo è che l’uomo che non è l’umanità è forse l’ultimo oggi nella scala di coscienza. Potremmo dare le cattedre alle scimmie! è tutto fin troppo presente dinanzi l’occhio anche di coloro che non desiderano guardare. Che sentimento oggi noi abbiamo da portare all’Altare? Invasati dal riflesso di futili stelle, da un progresso che ha decapitato tutti, la ricchezza non ha mai avuto così degrado nel capitale. Siamo affamati di un silenzio caldo, nutriente, di un silenzio che possa colmare parola. Gli animali e tutto il Creato parlano una lingua universale, ci stanno proteggendo, rettificando verso una via più legale, una via lontana dall’ipocrisia. (Pace)
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Una colata di cemento sul fossato con le lave del 1669 che circondano il Castello Ursino! Enrico Trantino, per me state oltraggiando oramai da tempo una comunità, incoraggiato da persone che non sono neanche vostre amiche, perché se un minimo lo fossero vi metterebbero in guardia dalla vostra incoscienza. Vi prego di non prendervela, ma sono davvero dispiaciuto per voi e vi penso con immensa tristezza – Vetro e cemento per un nuovo porto che divorerà la città / Ogni nave di quelle portate renderà sempre più il nostro mare una pozza, questo progetto non è solo un attentato alla poetica di Catania, ma è la dimostrazione di quanto la vanità e il potere abbia reso uomini spregiudicati e privi di freni inibitori. Non si sente parlare di Depuratori, né di rispetto per il cittadino, gli interessi sono soldi e voti, cemento e distruzione. (Sicily needs love)








