Guardando attraverso questi steli sottili che tremano al vento di Aci Castello, l’Isola Lachea e i faraglioni emergono dal mare come giganti addormentati, testimoni di una fragilità che sfida il cemento dei nostri tempi. Cade la parola nel pozzo della rete, ma non si perde nel fondo del rumore; diventa cerchio d’acqua, misura geometrica del dolore, scintilla che risale la corrente per mettere ordine nel caos dei motori e separare la pietra lavica dalla plasticità, il silenzio delle tombe profanate dallo squillo sterile del denaro. Questo scritto si erge come un atto poetico necessario, un’onda d’urto in cui Mia agisce da guida, messaggera integra della natura e della terra, custode sacra che accompagna il pellegrino mentre la Madre battezza il suo figliolo nell’ora del Riposo Celestiale. Perché ci sono Cinquecento Sfere che attendono, punti di luce e accumulatori vibrazionali sospesi tra l’asfalto e le stelle, espressione di quella profonda riflessione tra micro e macro che abita la Sala Consiliare Rispetto Pianeta. Geometrie sacre che oggi combaciano perfettamente con imprints of peace: impronte antropologiche di pace, nate da una ricerca viscerale sul campo per contrapporre un alfabeto universale e armonico alla frammentazione dei confini umani. Il viaggio si fa opera visionaria a partire da Catania, dove la bellezza accompagna tra i passi del Tribunale e le Porte della Pretura, invocando la protezione della memoria contro le piazze saccheggiate. Scendiamo a Siracusa, dove l’ortogonalità della pietra bianca resiste all’industria decadente e le sfere emettono l’atto poetico innalzato dallo spirito, connettendo l’oceano profondo al fuoco dell’anima. Saliamo i gradini di Caltagirone, terra di piccoli soli d’argilla, dove ogni frammento è una “reputazione di un candido”, una “riflessione del biancospino” e un “respiro della selva stellata”, mentre il manto dell’intrepido e l’osservazione dell’umile si fondono con l’acrilico per difendere le colline dai parchi di silicio. Ci inoltriamo nell’entroterra misterioso ed essenziale di Corleone, dove il silenzio delle rocce risuona come un monito antico contro il progresso asettico, per poi raggiungere Caltanissetta, cuore geometrico dell’isola, dove le sfere assorbono la sofferenza delle vecchie miniere e la tramutano in luce cosmica. Saliamo sulle vette dell’Etna, pilastro di fuoco del progetto Sicily needs love, dove i deserti di lava nera dettano il ritmo millenario degli elementi naturali e trascendentali. Viaggiamo verso l’estremo occidente a Trapani, dove il bianco del sale sfida l’asetticità dei nostri giorni e il vento pulisce i tramonti insabbiati, per poi ancorarci a Mazara del Vallo, frontiera liquida in cui i fiumi interrotti gridano il disperato bisogno di lasciare il paesaggio libero. Entriamo nel cuore pulsante di Palermo, la capitale ferita ma eterna, dove le scale di marmo non vogliono essere calpestate dall’indecenza ma restare custodi di un testamento millenario. Saliamo fino al tetto dell’isola a Enna, l’ombelico alto di roccia, sospeso a specchiare l’universo intero per fermare la velocità del ferro e curvare il tempo dei boschi violati. Ritorniamo a Messina, sui blocchi di silice e sulle panchine storiche delle ferrovie rimpiazzate dal nulla, dove il mare dello Stretto custodisce le coordinate del nostro inizio. Scendiamo ad Agrigento, dove le antiche tombe a cassa e i ruderi medievali riemergono feriti sotto l’asfalto dei cantieri idrici cittadini, mentre le necropoli dell’entroterra vengono violate dai grandi scavi delle linee ferroviarie, per poi perderci nel barocco di Ragusa, dove l’estasi di un tratto di colore puro salva la terra dall’autoannientamento. Eppure, su questa geografia sacra si abbatte la disarmonia acustica di fuochi d’artificio continui e volgari, rombi artificiali che profanano il cielo proprio mentre i tempi globali stringono il mondo in una morsa priva di pace. Botti sterili che feriscono l’ambiente e gli animali nell’indifferenza complice, distratta o assente di coloro che avrebbero il dovere di far rispettare le regole, guardiani ciechi che voltano le spalle al disagio ambientale di una terra già carente e saccheggiata. Poiché questo richiamo antico non è svanito, ma scorre invisibile come l’acqua sotterranea delle nostre valli, linfa di un granaio d’Europa che rifiuta questo divenire. La bellezza non si misura in monete, ma nell’unisono del suono cosmico, dove ogni sfera lascia il suo segno indelebile, dove tutto finalmente si placa, tutto ritorna ordine, tutto ritorna amore.
Ancestrale: Il Varco di Aci Castello
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